in Ideodromo

Leggere un giornale on line senza pagarlo è come rubarlo in edicola

Entrate in un’edicola e prendete un giornale senza pagare. Praticamente è quello che fate tutte le volte che andate su un sito di informazione on line.

È da un po’ di tempo che mi frulla in testa un pensiero, che definire “sul giornalismo” sarebbe velleitario, ma che in realtà è nato da tutta una serie di cose viste e sentite in giro per internet e incontri vari su come è messo il giornalismo al momento.
Questa cosa che bisogna cercare nuovi modelli di business per tirare avanti, perché adesso i dati ci stanno dicendo che le cose di questo lavoro vanno male; questa cosa che i giornali di carta scompariranno e che quelli on line sono vicini a fare la stessa fine; questa cosa che non c’è pace nelle redazioni e che a fare il giornalista si sono messi tutti. Queste cose, mi hanno fatto venire in mente alcuni pensieri su come siamo potuti arrivare a sbattere la testa sul muro altissimo che chiude questo vicolo cieco.
E parlo da ultimo degli ultimi iscritti all’Ordine dei Giornalisti, al quale non sono totalmente ostile come molti altri iscritt che conosco e sul quale dirò più sotto.

Non so bene come siano andate le cose, ma quando non c’era l’informazione on line, uno comprava il giornale in edicola ed era contento di leggerlo. Ne era rappresentato, da destra a sinistra, e pagava la sua dieta informativa. Non mi è ben chiaro se fosse consapevole di dare i suoi soldi non solo al giornalaio, al corriere che la mattina portava i pacchi di giornali, alla tipografia che stampava ogni singola copia. I suoi soldi arrivavano al monte di tutto quel processo, ovvero al giornalista – indirettamente, passando dal proprietario del giornale – il quale giornalista andava a cercarsi la storia per poi trasformarla in notizia da raccontare.
Ecco: quella stessa notizia, con centinaia di sue omologhe, contribuiva al fatto di comprare dal giornalaio una serie di fogli stampati, piegati e messi insieme che fanno il giornale. Senza quelle notizie, senza quella persona che andava in giro a cercarsele – anche nei sensi figurati del termine – ecco, senza quella serie di cose scritte, al netto della loro fondatezza, non sarebbe potuto esistere il giornale.

Ora, il giornale lo si compra in edicola una volta ogni tanto (oppure devo appartenere a categorie ben definite di utenti: chi non ha dimestichezza con internet o chi, come me, è romantico e deve sentire “l’odore della carta” e altre amenità del genere).
Allora mi informo su internet. Solo che il percorso di quella serie di cose scritte di cui parlavo prima trova una deviazione nel momento in cui comincia a essere distribuito. Nell’istante esatto in qui quello che ho scritto prende un’altra strada per arrivare allo stesso punto – gli occhi del lettore – non ho capito bene perché la gente non sia più ben disposta a pagare per leggere ciò che ho scritto. Ho provato a capirlo, ed è proprio qui che sto cercando di spiegarmelo.
Qualcuno, un giorno, cominciò a pensare che le notizie potessero essere messe su internet e lette dall’utente senza che questo pagasse. Praticamente è come se chi prima andava in edicola a comprare il giornale, adesso ci torna a prendere una copia e portarla via senza pagare un centesimo.
Provate a farlo. Entrate in un’edicola, prendete un giornale e venite via senza pagare. Praticamente è quello che fate tutte le volte che andate su un sito di informazione on line.
E non c’entra il fatto che state già pagando internet. È abbastanza chiaro e logico che il provider che vi dà la connessione non ha come dipendenti i giornalisti che lavorano al sito on line in cui vi state informando.
Siccome questo sistema, da un po’ di tempo a questa parte, sta cominciando a dare qualche problema, è tutto un correre ai ripari.
Nessuno, all’inizio, aveva pensato che dare informazione gratuita anziché farla pagare come in edicola sarebbe diventato una piaga.
“Andiamo avanti con la pubblicità”, sarà stato il mantra, ma gli inserzionisti hanno sempre pagato meno e la convinzione che “tanto su internet si legge tutto gratis” hanno creato la situazione di affanno in cui ci troviamo oggi.
Alla luce di tutto questo, i firewall e le limitazioni alla lettura mi sembrano mere toppe per coprire falle della nave per evitare che affondi.
Ma per essere disposti a pagare per informarsi on line così come lo siamo a pagare per comprare il giornale in edicola, bisogna che ciò che compriamo sia fatto bene. Ecco un altro anello di questo circolo vizioso.

L’informazione on line, mal pagata com’è, ha abbassato il livello della propria qualità, almeno a livello locale. Laddove il piccolo editore non può permettersi grandi giornalisti, e laddove per fare un giornale serio serve veramente poco, basta un piccolo investimento e gente che lavora per la gloria – e quindi anche per una retribuzione bassissima – per infarcire di ads paginate di articoli tutti uguali da giornale locale a giornale locale.
Fare informazione on line è diventato così facile che tutti la fanno, male, uguale e di conseguenza non c’è appetibilità per comprare quel tipo di informazione. Perché dovrei pagare per leggere un articolo che non è altro che lo stesso comunicato stampa che trovo anche su altri siti di informazione on line?
E a livello regionale e nazionale, perché pormi il problema di dover sborsare del denaro se da sempre il mio sito preferito mi garantisce notizie gratis?
Le grandi scommesse di informazione on line si basano sulla qualità e l’appetibilità di ciò che scrivono i loro giornalisti.
Ma quanto può durare?

Leggo da dieci anni Il Post di Luca Sofri, lo leggo sin da quando è uscito e da lontanissimo ne seguo le vicissitudini. Ha un taglio che mi piace, e anche il suo modo di scrivere mi ha insegnato molto sul giornalismo per come mi piacerebbe che fosse. Eppure non differisce tanto dalla Rivista Undici, che io sono disposto a pagare in edicola. E come Undici lo compro in edicola perché mi appaga per come è scritto, sono disposto a pagare un abbonamento al Post qualora ne venisse fuori una versione a pagamento. In quella redazione c’è gente che le notizie le scrive bene, come all’Huffington Post, a Linkiesta, Valigia Blu, per citarne alcuni che leggo io. E perché non pago?
Mi si dirà: “ti stai lamentando perché leggi un giornale gratis?”
No, non mi sto lamentando, sto solo dicendo che come vado in edicola a pagare volentieri per leggere un giornale in cui credo, allo stesso modo pagherei volentieri per leggere on line un giornale che mi soddisfa.

C’è un’altra questione che mi fa pensare. Con il fatto che tutti possono scrivere una notizia su internet, che chiunque può tirar su un sito di informazione senza necessariamente registrarlo come testata giornalistica in un tribunale (rinunciando ad alcuni diritti che in alcuni casi sono meramente formali – vedi gli accrediti stampa), pagare per l’informazione on line diventa inutile se c’è chi mi fornisce informazione a titolo totalmente volontario. The journalism for journalism’s sake. Non me lo vieta nessuno. Lo faccio meglio di chi è (mal)pagato. Non mi pongo i limiti che mi porrebbe un editore.
Lasciando stare il discorso baumaniano sulla liquidità di ogni cosa, mi pare abbastanza chiaro che per una testata registrata che fa informazione on line ce n’è un altra non registrata che fa lo stesso lavoro. La prima ha bisogno di fondi, perché là dentro c’è gente che ci lavora e che ci guadagna, mentre la seconda non ha bisogno di pubblicità e chi se ne frega se non ci sono abbastanza lettori da giustificare qualcosa agli inserzionisti.

In tutto questo l’Ordine dei Giornalisti. Io non ho una posizione. Sento colleghi più bravi ed esperti di me dire che non serve a niente, e ho sentito giornalisti di caratura nazionale affermare la stessa cosa. Ma è ormai chiaro che per fare informazione non serve essere iscritti. Certo, non si gode di alcuni diritti che vengono garantiti a cascata tramite l’iscrizione all’albo, ma nessuno mi vieta di scrivere un articolo o di seguire una storia e riportarla sul mio blog. Che poi gente brava si sia fatta una fama di bravo scrittore e abbia guadagnato la stima delle sue fonti, così da non avere bisogno di un ordine professionale che ne protegga i diritti.

Non so come se ne potrebbe uscire e sono parecchio pessimista: la cuccagna dell’informazione gratis (trincerata tra l’altro dietro la sacra libertà di parola) non è difficile da abbandonare, così come è difficile far capire il discorso dell’informazione on line che in un modo o nell’altro va pagata da chi legge, non solo da chi vuole farsi pubblicità.

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